Domenica 2 Luglio 2000 «Meno male che sono italiano» Toldo ci crede davvero: «Se fossi francese sarei molto preoccupato» «Nel gruppo ho creduto da subito, ovunque volgessi lo sguardo a Coverciano vedevo campioni fortissimi, determinati da mille motivi. I francesi si accorgeranno che ho già dimenticato le parate con l’Olanda. Meglio le ricordino loro e le temano» di Paolo Condò GEEL (Belgio) - Più alti di Francesco Toldo sono soltanto i microfoni direzionali delle tv straniere, da quelli sottili e pieghevoli dei tedeschi alle grandi supposte pelose degli inglesi; non ci fosse di mezzo una finale europea - e non fossimo quindi emozionati tutti come bestie - sarebbe divertente gustarsi il match fra cento domande nelle varie lingue, con traduttori mobilitati e la cantilena veneta che arriva in risposta, con annessa strizzata d’occhio ai giornalisti italiani che, come marines nella giungla, si sono scavati un tunnel nella sterpaglia di fili e cavi per arrivare fino a lui. E’ la vigilia della finale dell’Europeo, dunque l’Evento dell’anno, ma con i prodigi di Amsterdam il nuovo Garibaldi ha ormai conquistato tutto il mondo (gli spagnoli garantiscono una superofferta del Barcellona): viene già da pensare ai plotoni di fanteria mediatica giapponese che fra due anni l’aspetteranno all’aeroporto di Tokio e a Francesco che, come adesso, chiederà ai cronisti italiani di aiutarlo con le traduzioni, quasi ciascuno di noi parlasse correntemente il dialetto di Osaka. Difficile immaginarsi domande originali a un Toldo intervistato più o meno ogni giorno dal 22 maggio e ormai abbiamo scavallato in luglio. In aiuto arriva una considerazione. A Coverciano c’era un Francesco, serena anche se un po’ delusa riserva di Buffon; da Oslo in poi ce n’è stato un altro, portiere titolare della nazionale europea; ad Amsterdam è avvenuta l’ultima trasformazione e l’uomo con cui parli adesso è il nuovo eroe popolare, il Garibaldi del 2000 (se ci promettete di prenderla come la scriviamo: con ironia). Avendo viaggiato accanto a lui da Oslo a Milano, la notte del 3 giugno, è la memoria a suggerire la domanda: se lo sentiva, vero? «Sì. Dentro quell’aereo mi guardavo in giro e ovunque posassi il mio sguardo vedevo un campione. Ma non era solo un fatto tecnico. Vedevo un campione con un carattere forte, uno che non muore mai, un irriducibile che non si sarebbe arreso in nessuna situazione. Certo che avevo fiducia nella nostra Italia: il gruppo era già nato a Coverciano e, se dai una compattezza morale collettiva a giocatori così bravi, il grande risultato diventa possibile. Di più: probabile». A ventiquattr’ore dalla finale, Toldo comunica un entusiasmo che a noi tifosi (ma sì...) spalanca il cuore. Nessuno in tribuna reggerebbe un’altra Amsterdam, non basterebbero vagonate di Prozac e dunque le sue parole fiduciose vengono prese come una promessa: «Sarà una grande partita e noi siamo carichi come molle, non vediamo l’ora di esplodere. Non abbiamo proprio nessuna paura, siamo forti come la Francia ma, a differenza di loro che hanno appena conquistato un Mondiale, questa per noi è la partita della carriera. Se vinciamo, è qualcosa che ci resterà per tutta la vita: immaginatevi l’impegno che ci metteremo». Vero che suona bene come promessa? Per quanto il gruppo abbia dimostrato una straordinaria unità, rispetto ad Amsterdam sarebbe il caso di dividere un po’ meglio i carichi di lavoro: ci possiamo attendere un’Italia non totalmente asserragliata in area? «Ma dài... certo... La stampa internazionale ha sputato un po’ troppe sentenze su di noi, definendoci difensivisti e basta. La partita con l’Olanda è saltata in aria per una serie di motivi e anche tatticamente non mi sembra ripetibile. L’Italia ha un talento ben distribuito in ogni reparto e da metà campo in su la qualità abbonda, come i nostri avversari non tarderanno a scoprire. Se fossi un francese ora sarei molto preoccupato: sia perché dovrei superare una difesa d’acciaio, sia perché dovrei proteggermi da attaccanti pericolosi e incattiviti. Meno male che sono italiano... Non so la Francia quale squadra si aspetti, io posso soltanto dire che siamo cresciuti rispetto al ’98, il gruppo è più forte e soprattutto più consapevole della propria forza, perché l’ha vista aumentare partita dopo partita e quando sopravvivi a cinque match ti senti fortissimo. Siamo più esperti, più furbi, più killer anche: se l’occasione arriva, non la lasciamo andare». Se? Ehi, niente scherzi, deve arrivare. Parliamo piuttosto delle chances francesi: sarebbe meglio un bel «non pervenuto», ma se dovessero pervenire? «Troverebbero me. Troverebbero un Toldo che ha già dimenticato Amsterdam, i rigori parati, gli elogi di tutti... A questi livelli la memoria è un pericolo, rischi di cullarti sugli allori, sarebbe l’errore più tragico. E’ importante che quelle parate se le ricordino i francesi e giochino quindi con la pressione addosso; io mi sono imposto di dimenticarle e vi assicuro che ci sono riuscito». Un collega di Parigi chiede un’opinione su Barthez, gratificato di un «è fra i migliori del mondo e poi è divertente perché sceglie spesso soluzioni stravaganti»; un altro gli dice Zidane e ottiene in risposta «sta giocando benissimo, persino meglio che nella Juve»; un terzo propone Henry e Toldo fa la faccia brutta, «è l’uomo più pericoloso, quello che vi toglierei». Se ne va dondolando la testa, i giornalisti francesi lo guardano, si guardano fra loro, guardano noi. Superfluo chiedergli chi toglierebbero loro all’Italia. Tratto da La Gazzetta Dello Sport www.gazzetta.it/lagazzetta